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Cattolici e guerra: tra il rischio della pace e l’etica della resistenza

28 Maggio 2025

Alla luce di Emmanuel Mounier e dell’articolo 11 della Costituzione, i cristiani oggi si interrogano: come si custodisce davvero la pace?

“La pace non è semplicemente assenza di guerra armata o di sangue versato”. Così scriveva nel 1939 Emmanuel Mounier, filosofo cattolico e fondatore del personalismo comunitario, mentre l’Europa si piegava alla minaccia nazista. A pochi giorni dall’invasione della Polonia, nel suo I cristiani e la pace, Mounier guardava oltre le parole vuote dei leader che esultavano per la “pace di Monaco”. “Dire che la Conferenza di Monaco ha salvato la pace — annotava — significa: i fucili non hanno sparato”. Ma per il cristiano, aggiungeva, la pace è ben più di un silenzio armato: è giustizia, verità, riconciliazione, fraternità. È un rischio, non un rifugio.

Oggi, con la guerra che infuria nuovamente in Europa — dall’Ucraina a Gaza, dalle periferie africane alle tensioni indo-pacifiche — la sua riflessione torna a bussare con forza alle coscienze cattoliche, ai cittadini democratici, ai legislatori.

Stefano Ceccanti, costituzionalista e parlamentare, firma la prefazione alla nuova edizione del volume pubblicata da Castelvecchi. In essa offre un’importante chiave di lettura: la guerra, ripudiata dall’articolo 11 della nostra Costituzione, è rigettata non solo per il suo orrore concreto, ma perché mina alla base l’idea di un ordine internazionale giusto e cooperativo. Ceccanti ricorda come alla Costituente si discutesse già nel 1946 di “forme di futura unità europea” e della necessità di superare le sovranità assolute: “La rinuncia alla guerra prende senso nella costruzione di una nuova autorità legittima”, come l’ONU e la futura UE.

Cattolici e guerra: tra il rischio della pace e l’etica della resistenza

Il verbo “ripudiare”, scelto dai Costituenti, spiega Ceccanti citando Meuccio Ruini, non è casuale: è più forte di una semplice rinuncia, ha un tono etico, civile, energico. Ma cosa succede quando la pace è già stata violata? Quando un popolo è aggredito? Quando le bombe non sono una minaccia, ma una realtà quotidiana?

In questi dilemmi — dall’Afghanistan al Kosovo, dalle guerre del Golfo fino all’invio di armi in Ucraina — Mounier ci invita a non rifugiarci in assolutismi ideologici. Il suo è un “realismo cattolico”: né giustificazione della guerra, né pacifismo disincarnato.

“Rifiutare ogni azione che potrebbe comportarne il rischio — scriveva — significa rifiutare ogni resistenza”. Non è un invito all’interventismo, ma una denuncia della passività. Chi vuole davvero la pace, deve assumersi il rischio di difenderla. Anche a costo del fallimento. “Dio deciderà del risultato”, concludeva. È la logica del martirio, non della crociata.

Questo approccio esige discernimento. L’azione del cristiano, anche nella politica e nella diplomazia, è chiamata a muoversi tra due estremi: da una parte l’avvilimento che lascia il male trionfare, dall’altra l’orgoglio messianico di chi pensa di “salvare il mondo con le armi”. Il criterio è il bene concreto delle persone, la tutela dei più deboli, la costruzione di istituzioni comuni, il rifiuto della logica del dominio.

Anche Papa Francesco — in piena sintonia con Mounier — ha ripetuto spesso che “la guerra è una sconfitta della politica e dell’umanità”. Eppure, ha riconosciuto la legittimità della resistenza armata in casi estremi. Così come ha denunciato l’ipocrisia di chi “si dice pacifista ma vende le armi”.

Per i cattolici di oggi, l’eredità di Mounier è un invito alla vigilanza e all’impegno. Non si tratta di dichiararsi pacifisti o interventisti, ma di restare fedeli a un’etica della pace che sa anche farsi carico della storia, dei limiti, dei conflitti reali. È la stessa logica evangelica che spinge Gesù a piangere su Gerusalemme: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!” (Lc 19,42).

La pace non è mai data una volta per tutte. Va custodita, cercata, costruita. Anche a rischio della propria sicurezza. Anche con mani che si sporcano di mediazione, di diplomazia, a volte di resistenza. Senza mai smettere di credere, però, che la vera vittoria — quella cristiana — è la giustizia riconciliata, non l’annientamento del nemico.

La riscoperta di Mounier oggi è un monito: non esiste vera pace senza responsabilità.

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Chiesa

Pietro Giordano

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