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DONNE, SINODO E FUTURO DELLA CHIESA: PERCHÉ IL DIBATTITO SULL’ORDINAZIONE FEMMINILE NON È PIÙ RIMANDABILE

10 Dicembre 2025

Un’onda lunga dal Concilio Vaticano II alla stagione della sinodalità

A sessant’anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica vive un tempo sospeso tra attese, resistenze e trasformazioni profonde. È come se l’onda conciliare, partita dall’8 dicembre 1965, continuasse a muoversi sotto la superficie, pronta a riemergere ogni volta che una nuova domanda ecclesiale mette alla prova le strutture tradizionali. Il tema dell’ordinazione femminile è oggi uno dei luoghi dove questa tensione si manifesta con più chiarezza.

È una questione che il magistero del passato ha provato a chiudere con pronunciamenti severi, ma che non ha mai cessato di riaffiorare. Lo ricorda con lucidità monsignor Severino Dianich, decano dei teologi italiani, intervenendo nel dibattito organizzato dal mensile Jesus per i sessant’anni dal Vaticano II. La sua affermazione è destinata a far discutere: «Potrà passare un decennio, forse due, ma avremo anche le donne a presiedere l’eucaristia. Il cammino è irreversibile, perché il no all’ordinazione femminile non ha fondamenti sufficienti nella Sacra Scrittura». È un giudizio teologico che non pretende di imporre una conclusione, ma che mette in questione la tenuta di un divieto storico che, nel mondo contemporaneo, appare sempre meno sostenibile sul piano pastorale e simbolico.

Il dibattito promosso da Jesus riapre una domanda che attraversa tutta la Chiesa postconciliare: cosa è stato davvero realizzato del Vaticano II? E cosa è rimasto sulla carta, sospeso tra nostalgia e diffidenza?

Il tema liturgico, da cui partì la grande stagione delle riforme, rimane emblematico. Lo storico Daniele Menozzi ricorda come la ribellione lefebvriana – spesso sintetizzata nello slogan della “Messa di sempre” – si fondi su un gigantesco equivoco: «Non esiste la messa di sempre. La messa è cambiata continuamente nei secoli». Dietro la resistenza tradizionalista, nota Menozzi, non c’è solo una disputa liturgica, ma un rifiuto più profondo dei pilastri del Concilio: libertà religiosa, fine dello Stato cristiano, dialogo con il mondo moderno.

Eppure proprio la liturgia, luogo simbolico per eccellenza, mostra quanto il Vaticano II sia ancora un cantiere aperto. La canonista Donata Horak lo dice senza giri di parole: «Realizzare pienamente Sacrosanctum Concilium richiederebbe che fosse stata attuata Lumen Gentium». In altre parole, senza un reale protagonismo del popolo di Dio, senza una coscienza condivisa della dignità battesimale, la riforma liturgica resta monca.

DONNE, SINODO E FUTURO DELLA CHIESA: PERCHÉ IL DIBATTITO SULL’ORDINAZIONE FEMMINILE NON È PIÙ RIMANDABILE

E il punto più fragile, allora come oggi, è l’assenza delle donne: «Nella liturgia non c’è rappresentatività femminile e non c’è un vero spazio in cui il popolo prende la parola con autorevolezza». È la fotografia di un’ecclesiologia che, almeno nella prassi, continua a essere segnata da gerarchie e asimmetrie preconciliari.

In questo orizzonte, la stagione sinodale aperta da papa Francesco tenta di colmare l’incompiuto conciliare. Per Dianich, l’ultimo Sinodo rappresenta un punto di svolta: «Per la prima volta nella storia è stato un sinodo di vescovi e non vescovi insieme, con lo stesso diritto di parola e di voto». È un passaggio non solo procedurale, ma teologico: se tutti i battezzati partecipano al discernimento ecclesiale, allora il loro contributo non può essere secondario, e la distinzione tra “chi decide” e “chi ascolta” non può restare immutata.

È qui che la questione dell’ordinazione femminile si collega all’intero edificio conciliare. Non è un rivolo isolato, ma la punta di un iceberg che comprende il ruolo del laicato, la crisi del clero, il ripensamento delle parrocchie, il dialogo ecumenico, la natura stessa dell’autorità nella Chiesa. Una Chiesa sinodale non può ignorare le domande che emergono dal basso, né può liquidare come ideologiche le richieste che nascono dall’esperienza concreta delle comunità.

L’ipotesi di donne all’altare non è una bandiera ideologica, né un automatismo storico. È piuttosto il frutto di un lungo processo ecclesiale che interroga i fondamenti, non solo le sensibilità contemporanee. Se il Concilio ha voluto recuperare la dimensione comunitaria della fede, se la sinodalità è diventata la via maestra, allora la questione dei ministeri non può essere sottratta al discernimento.

Forse servirà un decennio, forse due. Forse il cammino sarà tortuoso, forse conflittuale. Ma è difficile immaginare che la Chiesa possa fermarsi a metà strada, mantenendo intatta una struttura ministeriale nata in contesti culturali e antropologici oggi lontanissimi.

Il dibattito aperto da Jesus mostra una cosa con chiarezza: non si tratta di chiedere alla Chiesa di “cambiare” per adeguarsi al mondo, ma di comprendere fino in fondo ciò che essa stessa ha affermato al Concilio. Là dove la dignità battesimale è posta come fondamento di tutto, là dove la comunità è soggetto del discernimento, là dove la liturgia è opera del popolo di Dio, la domanda sull’accesso delle donne al ministero non è più un tabù. È, semplicemente, una domanda di coerenza.

E forse è proprio questa coerenza, più che le pressioni culturali, a rendere “irreversibile” il cammino evocato da Dianich. Una Chiesa davvero sinodale non può temere ciò che lo Spirito suggerisce alla storia. Può solo discernere, ascoltare e – quando sarà il tempo – riconoscere.

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Concilio Vaticano II

Pietro Giordano

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