Tra pranzi, investiture mancate e la nostalgia del 1994: perché oggi tutto passa da Corso Venezia
Da settimane Forza Italia sembra più un elegante ristorante milanese che un partito politico. Un luogo dove si entra a turno, bussando alla porta della Cavaliera, tra gnocchi dello chef Ruggero e sorrisi calibrati, per capire chi avrà diritto a un posto nella prossima stagione azzurra. Nel salotto di Marina Berlusconi, più che un pranzo, va in scena una liturgia: la ricerca del nuovo baricentro di un partito che, orfano del Cavaliere, ha ritrovato vigore proprio nell’erede che più di ogni altra ha saputo custodirne il marchio.
Antonio Tajani, segretario sereno fino a poche settimane fa, immaginava congressi blindati a febbraio. Poi è arrivata Marina. O meglio: sono arrivati i suoi pranzi. Prima Occhiuto, poi Cirio, poi Zangrillo, poi la fila crescente di aspiranti delfini che fanno la spola tra gli uffici parlamentari e Corso Venezia. Tutti chiedono udienza. Tutti escono pensando di essere “il prescelto”. E Tajani, che ha intuito il rischio, finisce per fare ciò che non avrebbe mai voluto: correre anche lui ai pranzi della Cavaliera, nel tentativo di ricordare che il segretario è ancora lui.
Gianni Letta, osservatore divertito e imperturbabile, assiste alla scena come a una commedia politica di cui conosce già il finale: nel centrodestra nulla si muove senza che i Berlusconi lo vogliano davvero.
Occhiuto ha acceso il maxi riflettore per primo. L’incontro con Marina è diventato quasi un manifesto della sua corrente «In libertà», che debutterà a Palazzo Grazioli. Un’operazione così plateale da irritare mezzo partito e, soprattutto, la stessa Cavaliera, che rifugge l’idea di essere associata a una fazione. Ma l’effetto è stato immediato: per corrergli dietro, tutti hanno iniziato a parlare.
Cirio, sabaudo, preferisce la riservatezza. Il suo rapporto con Marina è antico, costruito tra Milano e Lesa, lontano dalle telecamere. Uomo di Nord, moderato e credibile, rappresenta ciò che molti berlusconiani considerano la vera priorità strategica: riportare il partito dove Silvio lo inventò, nel cuore produttivo del Paese.

Uno comunica troppo, l’altro non comunica affatto. Entrambi però strappano da Marina lo stesso messaggio: Forza Italia deve tornare un partito vivace, aperto, moderato, competitivo. Liberale.
È lei, la parola magica. Quella che ricorre in ogni colloquio: libertà.
Libertà economica, libertà di impresa, meno Stato e più mercato.
Ma anche libertà “di vivere”, come dice Marina: i diritti civili, il fine vita, la possibilità per chi soffre di scegliere la propria dignità. È il tratto più marcatamente laico dell’eredità berlusconiana, quello che la figlia del Cavaliere rivendica ogni volta che apre casa ai dirigenti azzurri.
È una linea che la distingue nettamente dagli alleati: un pungolo per il centrodestra, un promemoria che Forza Italia non può appiattirsi sulle correnti sovraniste.
Tajani sa che nulla, da settimane, gira dalla sua parte. Le incertezze in Puglia, il caos siciliano tra Schifani e Cuffaro, l’effetto Tosi in Veneto, la concorrenza interna che cresce: ogni nodo sembra stringersi proprio mentre i congressi slittano, invasi dalla campagna per il referendum sulla giustizia.
Così prova a blindarsi: nomina Giorgio Mulè alla guida della campagna referendaria (i due si mandano cuoricini, giura qualcuno), consolida i fedelissimi, insiste sulla sua leadership. Ma la verità è che oggi chiunque in Forza Italia abbia un problema, una frustrazione o un’ambizione… va da Gianni Letta. Il quale, con un sorriso antico, filtra, segnala, sussurra. E a volte consegna il messaggio alla Cavaliera.
Marina non vuole scegliere un erede. Non vuole essere madrina di correnti. Non vuole replicare il modello del “predestinato”.
Vuole invece fare ciò che faceva suo padre nel 1994: ridisegnare il campo.
Rendere Forza Italia un partito aperto, ospitale, moderato e competitivo.
Un partito capace di intercettare i ceti produttivi del Nord e gli elettori civici del Centro-Sud.
Un partito che non sia ancella di FdI né di Lega, ma autonomo nel linguaggio e nelle proposte.
È questo che chiede ai suoi interlocutori, lasciando a ognuno l’illusione – o l’ambizione – di essere il futuro del partito.
Cinque possibili leader: Occhiuto, Cirio, Zangrillo, Bergamini, Mulè.
Un segretario in carica che cerca di tenere il timone.
Un’intera classe dirigente che torna a muoversi, discutere, progettare.
In fondo, è ciò che mancava da anni a Forza Italia: movimento.
I pranzi di Marina hanno rimesso in moto tutto. Hanno trasformato un partito statico in un laboratorio, a volte rumoroso, a volte goffo, ma finalmente vivo.
E mentre i giornali impaginano paginate intere sulle sue cene e sui suoi ospiti, la domanda resta sempre la stessa, sospesa tra ironia e realtà:
Se lo chiedono tutti.
Tranne Marina Berlusconi, che in questo momento sembra davvero divertirsi.
Immagine nel testo: Antonio Tajani (2017) di EU2017EE Estonian Presidency, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons





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