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Pd: crisi d’identità, prove di scissione. Il caso Gergiev spinge i riformisti a immaginare un “nuovo Lingotto”

28 Luglio 2025

Dopo l’impasse sul direttore d’orchestra filoputiniano e il flop del referendum sulla cittadinanza, la leadership di Elly Schlein appare sempre più ostaggio di alleanze a sinistra. Nella corrente riformista cresce l’idea di fondare un “secondo Pd” per salvare la vocazione maggioritaria e la famiglia socialista europea.

Quando, nel 2007 al Lingotto, Walter Veltroni presentò il Partito democratico come la “casa comune dei riformismi”, scommise sulla capacità di fondere culture diverse – postdemocristiana e postcomunista – in un progetto maggioritario.

Oggi quell’esperimento sembra al capolinea. Lo certifica il caos nato intorno all’invito (poi ritirato) al direttore d’orchestra Valerij Gergiev per il festival di Caserta: un fulmine che ha illuminato la fragilità del Pd guidato da Elly Schlein, incapace di una reazione tempestiva su una questione che intreccia politica estera, identità nazionale e sensibilità democratica .

Mentre i Nobel per la pace, i dissidenti russi e i quotidiani europei denunciavano l’inopportunità dell’invito a «uno dei volti culturali del putinismo», dal Nazareno sono arrivati solo silenzi. Schlein, impegnata a negoziare con Vincenzo De Luca e con Giuseppe Conte la candidatura di Roberto Fico in Campania, ha evitato di urtare la suscettibilità di alleati indispensabili per le regionali. A colmare il vuoto è stata l’eurodeputata Pina Picierno, che – insieme ad altre voci riformiste – ha trascinato Caserta (e poi Bologna) verso la revoca dell’invito. Risultato: il partito ha perso un’occasione per mostrarsi saldo sull’Ucraina e si è trovato a inseguire la propria minoranza interna.

Il precedente era già grave: la trasformazione dello ius scholae in quesito referendario ha alienato agli occhi di molti elettori l’immagine di un Pd attento ai problemi concreti. «I diritti delle minoranze sono importanti, le ansie della maggioranza sono fondamentali», ha ammonito Beppe Severgnini (Corriere della Sera, 10 giugno 2025). L’accusa: aver consegnato alla destra l’arma perfetta per alimentare la narrazione di un’élite progressista lontana dai redditi bassi, dalla sanità in affanno e dalle paure sull’immigrazione.

Pd: crisi d’identità, prove di scissione. Il caso Gergiev spinge i riformisti a immaginare un “nuovo Lingotto”

Il copione si ripete sui territori. A Milano è stato Beppe Sala a dettare la rotta su urbanistica e bilancio; in Toscana tornerà Eugenio Giani nonostante la freddezza romana; in Campania la triangolazione Schlein–Conte–De Luca ha sacrificato la candidatura di area Pd a favore del grillino Fico. «Nessuno dei big regionali è schleiniano» osserva Mario Lavia su Domani (18 luglio 2025), fotografando un partito che si regge più su cacicchi locali che su una linea nazionale.

Sul tavolo, ora, c’è una proposta che sa di scissione: fondare un «secondo Pd» che recuperi lo spirito del 2007 e resti ancorato alla famiglia socialista europea. «Schlein ha occupato il partito e legittimamente lo ha rivoltato come un calzino» scrive Christian Rocca (Linkiesta, 22 luglio 2025).

Ai riformisti rimarrebbe un’alternativa all’estinzione: sfidare la linea populista-radicale, contarsi e – se sconfitti – voltare pagina. Non per riesumare la Margherita o rientrare in Renew Europe, ma per creare un soggetto che torni a parlare a “tutto” l’elettorato riformista, rilanci la vocazione maggioritaria e non rinneghi il vincolo atlantico né la solidarietà UeUcraina.

L’idea circola nei corridoi del Parlamento europeo, sorretta dalla constatazione che la “testimonianza riformista” non frena più l’involuzione del Pd verso un’agenda dettata dai 5 Stelle e dai verdi radicali. Ma i numeri, oggi, non garantiscono un successo. Gli amministratori di peso – da Stefano Bonaccini a Dario Nardella – esitano a rompere con la base democratica, temendo di regalare voti alla destra. E dentro il gruppo parlamentare la geografia delle correnti è mobile: molti attendono l’esito delle regionali d’autunno prima di esporsi.

Il paradosso è che l’intero centrosinistra rischia di trovarsi, fra meno di due anni, senza un candidato unico per Palazzo Chigi. Se Giuseppe Conte dovesse porre il veto su Schlein, i sindaci «terzi» – Manfredi, Gualtieri, Decaro – diventerebbero i veri kingmakers. In quel caso, un polo riformista autonomo potrebbe persino diventare l’ago della bilancia.

Ma servono coraggio, metodo e visione. Lo capì Veltroni nel 2008, quando scelse di non portare i comunisti massimalisti in Parlamento. Oggi quella lezione vale doppio: chi punta a battere Giorgia Meloni non può parlare solo alle piazze arcobaleno, né oscurare i contrappunti della sicurezza, del lavoro, dell’Europa e della difesa.

In fondo, rifare il Pd significherebbe tornare a una domanda semplice: che cos’è oggi la sinistra di governo? Se il partito di Schlein preferisce la testimonianza movimentista, i riformisti hanno il dovere – prima che la chance – di proporre un’alternativa competitiva, laica e europeista.

Meglio uno scisma creativo che un lento scioglimento nell’irrilevanza.

Immagine di copertina: Elly Schlein-Manifestazione contro il JA del 25.10.2014 a Roma di Sinigagl, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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