Un Paese che chiede cambiamento non può lasciarsi frenare da un riflesso conservatore travestito da battaglia identitaria
A tre o quattro mesi dal voto – che si terrà probabilmente il 29 marzo, al massimo il 12 aprile – il referendum sulla giustizia si prepara a diventare il vero spartiacque politico della primavera. Non un voto tecnico, non una questione riservata a giuristi e addetti ai lavori, ma un passaggio decisivo per capire se l’Italia vuole davvero riformarsi o preferisce restare sospesa in un eterno rinvio.
Oggi i sondaggi segnalano un leggero vantaggio del Sì. È un segnale importante: significa che una parte significativa del Paese riconosce nella riforma un’occasione per rimettere ordine, responsabilità e trasparenza in un sistema che da decenni soffre di autoreferenzialità e conflitti interni. Ma questo vantaggio è ancora fragile. E i prossimi mesi saranno il terreno in cui si deciderà se prevarrà il cambiamento o l’ennesimo muro di gomma.
L’arcipelago del No – dalle correnti della magistratura ai partiti che vedono in questa riforma una minaccia ai loro equilibri interni – ha un obiettivo chiaro: trasformare un referendum di merito in un voto identitario. Non discutere come migliorare la giustizia, ma chi deve vincere. L’esatto errore del 2016, quando Matteo Renzi personalizzò lo scontro fino a farlo diventare un plebiscito sulla sua figura.
È comprensibile che Giorgia Meloni cerchi di evitare quella trappola, ma non sarà facile: il posizionamento degli avversari sta andando proprio in quella direzione. La scelta del Pd di affidare la guida del Comitato del No a Rosy Bindi – figura combattiva, radicale, simbolo di una stagione politica passata – segna una linea di frattura netta. Non un dibattito, ma uno scontro frontale. Non un referendum, ma una resa dei conti.
Il punto è che questa strategia non serve al Paese: serve solo a difendere un assetto che ha prodotto lentezza, sfiducia, corporativismi, e che oggi nessuno – nemmeno molti giuristi vicini al Pd – ha più il coraggio di presentare come modello.
La domanda non è polemica, è politica. Il fronte del No si presenta come difensore della Costituzione e dell’indipendenza della magistratura. Eppure, proprio dal mondo dei costituzionalisti sono arrivati alcuni dei sostegni più autorevoli al Sì: Augusto Barbera, già presidente della Consulta; Cesare Salvi, ex ministro della Giustizia; i professori Stefano Ceccanti e Carlo Fusaro.

Non stiamo parlando di “governativi”, ma di studiosi che hanno dedicato una vita allo studio e alla tutela dell’architettura costituzionale. Se loro, pur con sensibilità diverse, ritengono la riforma legittima, utile e sostenibile, allora forse l’idea che il referendum sia un attacco all’ordinamento è solo una narrativa costruita per paura del cambiamento.
Il vertice del Pd, scegliendo Bindi, ha deciso di ignorare queste voci. Ha scelto la strada dell’opposizione totale, non quella della discussione. Per ragioni politiche più che istituzionali: contenere i 5 Stelle, accreditarsi come argine alle riforme del governo, ricompattare una base sfilacciata. È legittimo. Ma non è una ragione sufficiente per chiedere al Paese di fermarsi.
Il Sì non è un assegno in bianco al governo. È la scelta di credere che la giustizia debba essere più rapida, più responsabile, più vicina ai cittadini. E che per ottenerlo servano regole nuove, non slogan.
Votare Sì significa:
rompere il circolo vizioso dell’autogoverno chiuso, che negli anni ha favorito correnti, spartizioni di carriera, opacità nella gestione interna;
rendere più chiari i rapporti fra poteri dello Stato, evitando invasioni di campo reciproche;
responsabilizzare non solo la politica ma anche la magistratura, riconoscendo che tutti gli attori istituzionali devono essere legittimati dal consenso e dalla trasparenza;
evitare che ogni tentativo di riforma venga travolto da veti incrociati, come accade da trent’anni.
Non è una rivoluzione. Non stravolge il sistema. Ma lo aggiorna, lo rende più equilibrato, più leggibile, meno ostaggio di consuetudini che hanno prodotto ingiustizie – e anche discredito.
Nessuno nega che il dibattito sarà acceso. Nessuno nega che il referendum avrà ripercussioni politiche e che la campagna rischia di irrigidire tutte le trattative future, dalla legge elettorale alle prossime riforme istituzionali. Ma proprio questo è il punto: se la politica si paralizza ogni volta che c’è un’occasione di cambiamento, allora la paralisi diventa la regola.
L’Italia non può permettersi altri anni di conflitti tra toghe, veleni interni, inchieste che diventano armi politiche e processi che si trascinano fino alla prescrizione. Non può continuare a far finta che il sistema funzioni solo perché difeso da chi ne trae vantaggio.
In questi mesi chi voterà No cercherà di spaventare gli elettori. Dirà che si mette in pericolo la democrazia, che si tocca la Costituzione, che si apre la strada all’autoritarismo. È una narrativa che abbiamo sentito tante volte. Ed è stata smentita ogni volta dai fatti: l’Italia ha bisogno di riforme, non di allarmi.
Il Sì non è un salto nel buio. Il Sì è un passo in avanti.
Perché la giustizia è un bene comune. E quando un bene comune non funziona, riformarlo non è un rischio: è un dovere.
A marzo, votare SÌ significa scegliere un’Italia più giusta, più trasparente, più responsabile.
Significa credere che il cambiamento è possibile.
E soprattutto: che è necessario.
Immagine di copertina: Corte di Cassazione September 2015-1 di Alvesgaspar, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Immagine nel testo: Giorgia Meloni 2009 di Kaspo, CC BY 2.5, via Wikimedia Commons





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