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Salario minimo: il ritorno del dibattito divide la politica, l’economia e i sindacati

13 Giugno 2025

Tra emendamenti parlamentari, proposte alternative e divergenze sindacali, il confronto sul salario minimo si riaccende. Ma per contrastare davvero il lavoro povero servono contrattazione forte, defiscalizzazione e norme che cancellino i contratti pirata

Il salario minimo torna prepotentemente al centro della scena politica. Dopo il fallimento referendario sul lavoro promosso dalla CGIL, le opposizioni parlamentari – Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, e Azione – tentano il rilancio con due emendamenti depositati in Commissione Lavoro al Senato.

L’obiettivo è ambizioso: cancellare la delega “in bianco” al governo e reintrodurre la proposta di legge per fissare a 9 euro lordi l’ora il trattamento economico minimo per i lavoratori.

Ma se l’unità politica si ricompone sul versante dell’opposizione, il fronte sindacale resta profondamente diviso. Daniela Fumarola, segretaria generale della CISL, intervenendo alla trasmissione “XXI Secolo” su Rai1, ha espresso una posizione netta: «Siamo contrari a un salario minimo legale. Laddove esistono retribuzioni basse, vanno aumentate attraverso la contrattazione, che non è solo salario, ma anche ferie, orario, tredicesima, welfare. Riportare le materie del lavoro all’interno della contrattazione per noi è fondamentale».

La proposta di un salario minimo legale nasce da una giusta esigenza di giustizia sociale. Ma l’applicazione uniforme rischia di produrre effetti distorsivi gravi. Le piccole e microimprese, soprattutto nel Mezzogiorno e nei settori a bassa produttività, potrebbero trovarsi nell’impossibilità di sostenere i nuovi costi. L’effetto più probabile? Meno assunzioni, aumento del lavoro nero, taglio delle ore lavorative o sostituzione di personale con manodopera precaria.

Salario minimo: il ritorno del dibattito divide la politica, l’economia e i sindacati

E se il salario minimo diventa una soglia legale rigida, può persino trasformarsi in un “tetto salariale”: aziende oggi vincolate dalla contrattazione collettiva a livelli superiori potrebbero sentirsi legittimate a livellare verso il basso.

Chi rischia di pagare il prezzo più alto di questa riforma sono proprio i lavoratori meno tutelati: giovani, immigrati, precari. In molte realtà produttive, la produttività individuale non regge il confronto con una soglia minima fissa. Il risultato? Assunzioni bloccate e margini sempre più stretti per chi è già ai margini. Il Sud, ancora una volta, rischia di subire un colpo più duro degli altri.

Il contrasto al lavoro povero passa anche attraverso strumenti concreti e incentivanti, come la defiscalizzazione della contrattazione salariale e del welfare aziendale e territoriale, capaci di stimolare l’innovazione sociale e redistribuire ricchezza in modo sostenibile. Politiche di incentivazione fiscale possono rendere più conveniente per le imprese erogare trattamenti migliori senza scaricarne interamente il peso sul costo del lavoro.

Nel frattempo, il panorama politico si complica. Alla proposta delle opposizioni si affiancano quella della Lega – con flat tax per i neoassunti under 30, bonus per l’inflazione e salario accessorio territoriale – e quella di Fratelli d’Italia, incentrata sulla defiscalizzazione dei rinnovi contrattuali. Tre linee diverse, con visioni incompatibili. Mentre la delega già votata a dicembre 2023 dal Parlamento langue senza attuazione, il rischio è un pericoloso ingorgo legislativo che congeli ogni intervento reale.

La lotta al lavoro povero è una sfida vera e urgente, ma la soluzione non può essere ridotta a un numero scritto su una legge. Occorre rafforzare gli strumenti esistenti, colmare le falle normative, contrastare i contratti di comodo e premiare chi investe nel lavoro buono e contrattato.

Solo così si potrà costruire un sistema equo, sostenibile e davvero capace di restituire dignità ai lavoratori, senza indebolire il tessuto produttivo né aumentare la precarietà. Il salario minimo per legge è uno slogan forte, ma la buona contrattazione, ben tutelata e incentivata, è ciò che davvero fa la differenza.

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Lavoro

Pietro Giordano

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