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Gaza, la fame come arma. Ma Israele è più di Netanyahu

23 Maggio 2025

Nelle strade ridotte in macerie di Gaza, la guerra si consuma anche quando tacciono le armi.

È una guerra silenziosa, che non fa rumore ma distrugge ugualmente: la guerra della fame. Il blocco dei beni essenziali, dei medicinali, dell’energia e dell’acqua sta strangolando oltre due milioni di persone.

Secondo le Nazioni Unite, 1,1 milioni rischiano la carestia.

Ma non si tratta di effetti collaterali. È un assedio. Ed è deliberato. La responsabilità è pesante.

Il governo Netanyahu ha scelto di punire collettivamente la popolazione civile per colpire Hamas, l’organizzazione terroristica che ha seminato il terrore con il massacro del 7 ottobre e continua a usare i civili palestinesi come scudi umani. Nessuno può dimenticare le atrocità compiute da Hamas. La sua logica di morte, il disprezzo per la vita propria e altrui, rappresentano un ostacolo reale a ogni pace. Ma la risposta non può essere il disumano: tagliare il cibo, negare le cure, affamare intere famiglie non è difesa. È punizione. Ed è ingiusta.

Chi è contro Hamas non può accettare che l’arma della fame diventi lo strumento della democrazia israeliana. E infatti, larga parte della società civile israeliana sta dicendo no. Intellettuali, ex diplomatici, rabbini, famiglie di ostaggi e veterani delle forze armate stanno chiedendo al proprio governo di fermarsi. Non in nome di Hamas, ma in nome dell’umanità e dei valori stessi dello Stato ebraico.

Gaza, la fame come arma. Ma Israele è più di Netanyahu

L’editorialista David Horovitz lo ha scritto chiaramente: “Non dobbiamo perdere l’anima”. Mentre migliaia di israeliani hanno manifestato contro la strategia di Netanyahu, chiedendo di riprendere il dialogo, restituire priorità agli ostaggi, trovare una via politica. Anche perché — come sottolineano analisti e osservatori — l’isolamento della Striscia non indebolisce Hamas, ma rafforza l’odio. Gaza ridotta alla fame non è un colpo al terrorismo: è un regalo al fanatismo.

La comunità internazionale, da parte sua, resta paralizzata. L’Europa balbetta, gli Stati Uniti si dividono tra diplomazia e interessi strategici, e l’ONU denuncia ma non incide.

Intanto, a pagare il prezzo più alto, sono i civili: i bambini, gli anziani, le madri che cercano un rifugio che non esiste. Ogni giorno che passa, è un altro giorno in cui la guerra toglie il pane, prima ancora della vita.

Condannare Hamas e difendere la popolazione palestinese non è un controsenso: è una necessità etica. La civiltà si misura quando sa distinguere il nemico dal vicino. Quando non rinuncia al diritto per combattere il crimine. Quando non accetta che l’ingiustizia diventi strategia.

Per questo oggi, chi ama la pace, chi crede nella democrazia, chi difende Israele da chi ne tradisce i valori, deve alzare la voce. Non c’è sicurezza vera che nasca dalla fame altrui. Non c’è giustizia che cresca nell’assedio.

benjamin netanyahucarestiagazahamasonusocietà civile israeliana
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Politica

Pietro Giordano

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